|
|
Ci sono protagonisti di film che piacciono perché fanno cose che noi vorremmo fare, vivono situazioni che noi vorremo vivere o vorremmo aver vissuto, come essere al servizio di sua Maestà la Regina d’Inghilterra e ordinare un martini liscio o gestire un famoso bar nella Casablanca degli anni ‘40 ed entrare nella lotta di liberazione.
Ce ne sono altri ai quali ci avviciniamo con una predisposizione diversa: non si tratta di imitarne una frase o un gesto, ma di condividerne una sensibilità e una grammatica emotiva che percepiamo quasi nostre, e, più che guardarli, li sentiamo accanto.
Questa è la sensazione che si ha di fronte alla paura di Kiichi Nakajima, alle sue domande ossessive e solitarie, al suo fermarsi, alla sua incapacità di accettare l’inaccettabile, di renderlo quotidianità. Basta uno sguardo alla Storia per pensare che più volte, paradossalmente, l’uomo abbia toccato il fondo; l’ultima di queste, poco più di cinquant’anni fa, è scelta da Kurosawa –emblematicamente, proprio in virtù della sua tragicità- per portarci a riconsiderare cosa è ragione e cosa è follia e rivestire di un’ombra di inquietudine la nostra normalità. La scoperta e il successivo esercizio consapevole, di un azione che contiene in sé l’eliminazione di ogni altra azione, getta Kiichi Nakajima in uno stato di disperata ricerca di un altro mondo, un altro equilibrio, un’altra umanità: inizialmente il sudamerica, quindi un altro pianeta.
E’ il progetto di un uomo che vuole ricostruirsi una vita al sicuro, tanto da essere disposto a lasciare per sempre il proprio paese, a chiudere l’attività cui ha dedicato tutta la sua esistenza, a infrangere le convenzioni sociali facendosi garante anche delle proprie amanti e dei figli illegittimi. E mentre tutti, la famiglia, la società, la giustizia stessa, sembrano cedere all’inganno, il dubbio si insinua nel personaggio del dentista che, come uomo prima ancora che come consulente del tribunale, si interroga sulla forza di questa ostinazione e sul suo vero significato.
Kurosawa gioca volutamente su questo duplice piano: la normalità, condivisa dai più è l’accettazione e il superamento del tutto, la comodità di non porsi più domande, di non pensare alla possibilità di poter essere annientati in qualunque momento da uno strumento creato dall’uomo per l’eliminazione dell’uomo. Ma convivere con questa consapevolezza è normalità? Si può considerare folle il mondo immaginato dal protagonista, un mondo lontano, sicuro, protetto, rispetto al nostro, reale, vicino, reso ancora più pericoloso dal fatto che il pericolo stesso è accettato e superato?
A questo punto le domande di Nakajima divengono domande che tormentano anche noi, ci fermano, ci bloccano, anzi ci fermerebbero e ci bloccherebbero se non fossimo troppo immersi nella follia di questo nuovo ordine atomico, di una visione del mondo diviso tra buoni e cattivi, in cui esistono guerre legittime o legittimate, e regna una concezione della giustizia come esercizio e manifestazione di dominio.
E allora ecco che Kiichi Nakajima non è più vicino a noi, ma lì, lontano: non ci resta che guardarlo, impotenti, tra un 007 e un Bogart qualsiasi.







